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MERCY SHIPS SIERRA LEONE – PRIMO GIORNO A BORDO DEL GLOBAL MERCY

Dopo un lungo viaggio, siamo giunti all’ aeroporto di Free Town, dove abbiamo incontrato 37 volontari provenienti da Olanda, Belgio, Gran Bretagna e Australia che hanno lasciato tutto per imbarcarsi come volontari per un periodo che va da uno a tre anni, alcuni con bimbi piccoli. In particolare, abbiamo conosciuto una famiglia olandese con una bimba di diciotto mesi ed un’altra di tre anni.

Una mezz’ora di taxi boat e altri trenta minuti in mini-van e siamo finalmente arrivati al porto dinnanzi all’imponente Global Mercy, la seconda nave di Mercy Ships, che avevo avuto modo di visitare a Rotterdam, in occasione della sua inaugurazione.

L’organizzazione di Mercy Ships è formidabile: ognuno è un componente di un grande puzzle e tutti sono speciali.

Le cabine sono spaziose ed accoglienti, tutto è pulitissimo e gli spazi sono ben organizzati. Hanno persino apparecchiature per riciclare i componenti organici da essere riutilizzati come fertilizzanti nell’agricoltura locale.

Tutti fanno attenzione al consumo di acqua e hanno tutti un gran rispetto per gli altri, per la società, per l’ambiente. Sono qui per servire, perché sentono di essere privilegiati e il fatto di essere a bordo di questa nave è per loro un dono prezioso.

Si respira un’atmosfera serena, rilassata e c’è amore ovunque.

Il primo meeting del giorno, “All in hands meeting” è stato bellissimo: abbiamo la sensazione di essere a casa, come se fossimo stati accolti da una grande famiglia. Il capitano condivide le ultime notizie con tutti noi, incluse quelle dell’Africa Mercy, che ora è in Madacascar; il General Manager e altre persone prendono la parola, anticipando cosa accadrà nella giornata. Tre operazioni difficili in chirurgia e oftalmologia li aspettano e chiedono a tutti di pregare per i pazienti, i medici e gli infermieri.

Le persone pregano tutte insieme; c’è anche una cappella sulla nave.

La prima giornata è dedicata a comprendere come è organizzata la nave: incontriamo diversi volontari responsabili, ognuno con una storia diversa. Visitiamo anche la sezione adibita a scuola, per i figli dei volontari. Un sistema di educazione all’avanguardia, quasi un insegnante ogni cinque bambini/ragazzi, che sono accompagnati e seguiti negli studi, fino a quando accedono all’università. 

Il capitano, un signore americano di 72 anni è su questa nave da tantissimi anni. Precedentemente, in missione in Madagascar, ha conosciuto la moglie che purtroppo è mancata tre anni fa ed è nonno di due nipotini, di cui ci ha mostrato le foto.

Si sente fiero ed onorato di lavorare per Mercy Ships, dalla sala dei comandi è tutto calmo, riesce ad isolarsi guardando il mare e non si sente mai solo.

Le persone di questa nave sono per lui come fratelli e sorelle e se “uno di noi ha un dono, qualsiasi esso sia, deve condividerlo e metterlo al servizio degli altri”, afferma il capitano.

Hanno tutti una gran fede qui e sentono questa missione come una chiamata che arricchisce sempre, e che considerano un continuo dare e avere reciproci.

Il General Manager della nave, Jeoff, è qui con la sua famiglia: sua moglie e due ragazzi, felici di abitare qui.

È americano ma cresciuto in Zimbabwe. Grazie al lavoro del padre, si è laureato in Scozia e si è formato negli USA. Ci dice che sono le persone a rendere Mercy Ships così speciale e che è un privilegio per lui essere a bordo.

La sua passione è la musica e a volte suona per condividere la sua musica e allietare i presenti.

Quando il suo lavoro finisce, si cambia per mostrare a tutti che non è più il General Manager e che il suo lavoro ricomincerà il giorno successivo. Non è facile su questa nave dividere vita privata e lavoro, ma lui sembra aver trovato un giusto compromesso.

Adora anche fare bricolage e a volte si isola nella “Carpenter room” che andrebbe piuttosto chiamata la sala attrezzi di Mastro Geppetto.

Quello che lo aiuta molto in questo lavoro è il saper ascoltare.

“Crediamo nei cambiamenti. Non è possibile lasciare questa nave senza aver subito un minimo cambiamento interiore” e con queste parole ci saluta.

Incontriamo anche Suzanne che ci racconta come Mercy Ships sia impegnata anche in “training”, “educazione” e “advocacy”.

300.000 persone attendono di essere operati sulla nave ospedale di Mercy Ships, ma non possono curarli tutti ed è per questo che devono pensare a lungo termine.

Suzanne è qui da dodici anni e continuerà a rimanere in Sierra Leone per negoziare con i governi, fargli capire l’importanza di investire nelle infrastrutture, nell’educazione e nella formazione. Mercy Ships si fa carico anche degli studi di alcuni studenti locali, i dentisti ad esempio vanno in Ghana a studiare dove apprendono anche il francese, in maniera tale da tornare e servire il loro Paese.

I corsi per infermieri/e sono tenuti localmente da Mercy Ships. C’è un gran bisogno di infermieri e anestesisti.

Mercy Ships crea anche opportunità, insegna, incoraggia, dona speranza e fiducia in un futuro migliore, sostiene l’agricoltura locale e fa molto altro, cercando di trovare il canale giusto di comunicazione con i governi locali, strada non facile da percorrere.

Purtroppo, si dice che in Africa le persone vadano in ospedale per morire e, in realtà, è perché provano prima cure locali, fatte in casa, tramite passa parola e quando arrivano in ospedale, spesso, è troppo tardi.

Sulla nave ci sono due centri che forniscono assistenza sociologica e psicologica, con team specializzati nell’organizzazione di attività ludiche e con assistenza psicologica, istruendo ed aiutando anche a dire di no, a dover rifiutare dei pazienti, a dover dare delle cattive notizie.

I due centri sono ben distinti, a seconda che si tratti della nave (volontari) e dell’ospedale.

Vivere insieme, negli stessi spazi comuni, non è facile e dire di no non è facile, soprattutto quando a volte non possono più operare a causa di infezioni o malattie non previste.

“Se uno di noi ha un dono, deve condividerlo” e anche lei ci saluta ricordandocelo con il suo sorriso, la sua grazia, la sua calma e la sua serenità.

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